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UN MONDO DIVINO PER INTENDITORI DI VINO


GUIDA VINI


5 settembre 2004

... VINI RARI DA ... INTENDITORE

Vini che, come nelle favole perbene sugli spettri, si parla molto, si scrive, si racconta... ma nessuno coi propri occhi li ha mai potuti vedere. Si, forse un po’ esagero, ho conosciuto ultimamente un paio di persone che ce li hanno nella propria collezione. Dovrei stringere amicizia con questi fortunati, perche’ comunque sarebbe l’unica possibilita’ (nelle degustazioni questi vini non ci sono mai) per provare quegli esseri favolosi. Ma basta con questi segreti, chiamiamoli da subito col loro nome, la cosa riguarda chiaramente i famosi „vins de garage”, cioe’ i vini di garage. Negli ultimi tempi non c’e’ forse un tema che abbia impegnato di piu’ la testa dei vinofili, e non c’e’ forse un oggetto della piu’ oscura concupiscenza quanto queste curiose creature, per la cui conquista si compiono grandi fatiche e si pagano soldi pesanti. Comincio da un breve ricordo. Alla fine degli anni ottanta Jean Luc Thunevin, un ex-impiegato bancario, compra per quattro soldi due ettari di vigneto a Saint Emilion. Nel 1991 vinifica nella propria autorimessa (perche’ non c’era un altro posto) il suo primo vino, detto Château de Valandraud. In un brevissimo arco di tempo questo vino conquista la fama e raggiunge dei prezzi straordinari, come i successivi delle molto migliori annate seguenti. Oggi Valandraud e’ gia’ un vino leggendario, il capostipite dei vini di garage, un monumento vivo della nuova era dei Saint Emilion. In cosa consiste la rivoluzione di Jean Luc Thunevin? Nel fatto che abbia proposto, con tutte le conseguenze e senza l’ombra di un compromesso, la piu’ moderna tecnologia e le sue tendenze. Oggi questi vini sono gia’ qualcosa di pressoche’ normale e i metodi dei quali si e’ servito Thunevin sono generalmente utilizzati sebbene tredici anni fa ancora scioccavano, o perlomeno incuriosivano. Quella che allora sembrava una rivoluzione e’ diventata una norma, come avviene nelle storie. E quindi: massimo ritardo nella vendemmia (con intensive sfogliature), restrizioni del raccolto senza pieta’ (con ruolo immenso del diradamento delle gemme), selezione senza pieta’ degli acini migliori (nessuna tolleranza per le uve meno mature), controllo precisissimo delle temperature durante la vinificazione, incredibile rispetto dell’igiene, uso di botti nuove della migliore qualita’, fermentazione malolattica finita o condotta in botte, maturazione del vino sulle fecce, „batonnage” in alcuni casi, rinuncia alla chiarificazione ed alla filtrazione del vino. Bisogna necessariamente ricordare in questa occasione ancora una persona: Michel Rolland. Questo amico di Thunevin, attualmente il piu’ famoso „enologo volante” del mondo, fin dai primi anni di attivita’ proclamava le appena menzionate regole ed il suo influsso sulle trasformazioni degli ultimi anni (la stampa francese le ha soprannominate „effetto Rolland”) e’ stato enorme. Rolland ha insegnato ai vignaioli bordolesi che anche da un mediocre „terroir” che non ha nessun alto punteggio, con degli sforzi opportuni si puo’ fare un buon vino. Sulla strada di Rolland sono andati altri produttori di Saint Emilion. Proprio la Riva Destra e’ diventata negli anni novanta ed all’inizio del nuovo secolo la regione piu’ dinamica di tutto il Bordolese e non c’e’ dubbio che oggi attiri l’attenzione degli amatori del vino piu’ che la Riva Sinistra, molto piu’ conservatrice. A Saint Emilion e’ affluita ed affluisce la maggioranza dei nuovi capitali, si conducono intense analisi geologiche e sorgono continuamente nuovi vigneti. In questo ci guadagnano anche le denominazioni vicine, soprattutto Fronsac e Côtes de Castillon, dove da un paio d’anni sono sorti dei vini molto interessanti, fra i quali alcuni (per esempio Château d’A e Château d’Aguilhe) sono diventati grandi stelle. Torniamo ai vini dei garagisti. Thunevin ha trovato i suoi piu’ abili ed i suoi meno abili imitatori molto velocemente, tanto che negli ultimi due o tre anni e’ nata un’intera armata di vini di garage. Alcuni di questi vini superano anche, sotto l’aspetto della qualita’, Château de Valandraud. Come si riconoscono i vini di garage? Dal gusto, per la loro insolita concentrazione e l’enorme estratto; sono vini estremamente ricchi, sensuali, per il corpo (ma non per l’intelletto, come dicono alcuni...). Dal portafoglio, per il suo contenuto... insufficiente. Dal linguaggio, per i nomi alcune volte curiosi, poetici, altisonanti (come „Pierre de Lune” o pietra della luna, oppure „Sanctus” ma anche „Lynsolence”, cui basterebbe cambiare in „i” la „y” per indicare in francese una sfacciataggine altezzosa). Ma il criterio fondamentale, l’unico verificabile, e’ la minuscola quantita’ di bottiglie prodotte. A Valandraud si fanno 12.000 bottiglie l’anno, 7.000 del primo vino. E questo e’ gia’ adesso un limite superiore, ci sono proprieta’ che fanno da 2.000 a 3.000 bottiglie l’anno. Percio’ l’eterna legge della domanda e dell’offerta non ha mai funzionato nel mondo del vino con tanta precisione ed efficienza come proprio nel caso dei vini di garage. Questa legge e’ molto seducente, che non adeschi pero’ i vignaioli ai quali da un paio d’anni non e’ ancora passato per la testa che potrebbero ottenere per una sola bottiglia una cinquantina di Euro! Non tutti i vini di garage, che da anni spuntano a destra ed a sinistra, escono vincitori alla prova del palato. In molti casi la materia prima e’ molto debole e non resiste alla tecnologia applicata, c’e’ molta ambizione ma scarsa possibilita’, si finisce in vini spigolosi, conciati, essiccati. Questa e’ la parte decisamente negativa di questa moda infuriante. Swiat Win è la più autorevole rivista polacca sul vino Ma ho ancora un’altra sensazione, quella che negli ultimi anni il concetto di „microcuvée” sia diventato appunto sinonimo di vino di garage. „Microcuvée” significa, similmente ai vini di garage, vino originato da una drastica selezione dei grappoli, pero’ non di una piccola vigna separata e recintata, come nel caso dei vini di garage, ma di una grande tenuta ed eventualmente di un appezzamento nell’ambito della grande tenuta. Questa attivita’ e’ diventata stranamente di moda, gia’ ogni quattro o cinque châteaux (soprattutto i meno famosi) di Saint Emilion e molti châteaux delle denominazioni di rango inferiore fanno queste prestigiose microcuvées (piu’ volentieri con il 100% di merlot) dal nome appropriato ed opportunamente valutate. Da cosa i miei dubbi? Ma proprio dal fatto che, comunque la si rigiri, il vino prodotto in una determinata tenuta sara’ privato dei suoi grappoli migliori che finiscono invece nelle microcuvées. Se Château XY fa il suo supervino da una localita’ precisata che ha comprato e dissodato, tutto e’ in regola. Ma perche’ espropriare delle sue uve migliori un vino che da anni e’ stato venduto come Château XY? Perche’ indebolirlo a favore dell’altro vino? Ammetto di apprezzare molto quei vignaioli che consapevolmente rinunciano alla produzione delle microcuvées nelle proprie tenute. In un certo senso e’ un problema etico e in un altro e’ filosofico. Rendiamoci conto che se Château Lafite si proponesse di fare una microcuvée delle sue uve migliori o dei suoi migliori angoletti significherebbe che se ne andrebbe in rovina tutta la pluricentenaria tradizione di Château Lafite concepita come tenuta indivisibile. Ma appunto, qualcuno si opporrebbe, potremmo ottenere allora un incredibile vino, il record del mondo dei vini, l’apoteosi del vino, qualcosa che l’umanita’ fin qui non avrebbe mai visto. Dunque: tradizione o superamento dei limiti? Per adesso e’ una domanda teorica, pero’ tra poco puo’ diventare pratica. Il Medoc si difende ancora dai vini di garage, tuttavia e’ nato gia’ Marojalia (denominazione Margaux) fatto dallo stesso Thunevin ed altamente apprezzato da Parker, che ha sempre tifato per i vini di garage. Alcuni châteaux (per esempio l’eccellente Rolland de By per 16 Euro) incomincia a produrre le sue microcuvées (in questo caso Haut Condissas per 50 Euro) ed il primo sassolino della valanga e’ gia’ in movimento. Come vedete, i miei sentimenti sono confusi. Non ho dubbi che l’attivita’ di Thunevin (come quella di Rolland) abbia prodotto qualcosa di straordinariamente buono, tra l’altro e’ grazie a loro che Bordeaux rientra in gioco, pianta nuove vigne e anche quelle vecchie cambiano il modo di pensare. Loro hanno messo in moto l’immaginazione dei vignaioli bordolesi che da decenni sedevano come la gallina su un unico uovo, sempre lo stesso. Il livello dei vini era basso e la paura di cambiare era tanta, come effettivamente laggiu’ non dovrebbe essere, perfino i grandi „crus” sono stati ripetutamente trascurati. Temo tuttavia la pazzesca corrente verso i nuovi supervini che saranno delle imprese straordinarie del tipo scalare il monte Everest senza le bombole dell’ossigeno oppure saranno degli esemplari unici, come le automobili fatte su ordinazione. Il tempo ce lo dira’, non sappiamo come invecchiano i vini di garage, perche’ e passato ancora troppo poco tempo. E, cosa piu’ importante, i loro degustatori ed anche i loro creatori forse si rendono gia’ conto chiaramente che non si riesce a conciliare il massimo estratto con la finezza e l’armonia. Non si riescono a superare certi limiti, certi principi sui quali si basa la ragion d’essere di un grande vino, come testimoniano alcune caricature di microcuvées nate non soltanto a Bordeaux ma anche nel resto della Francia. E per finire ancora qualche nome, secondo la stampa specializzata, dei migliori microvini (in Francia li chiamano „vini da culto”...) insieme con l’augurio di poterli un giorno o l’altro bere. Péby Faugeres: il vino nasce da 5 ettari che si trovano oltre la tenuta principale (molto buono il Saint Emilion gran cru Château Faugeres). La Mondotte: grande fama, vinificato da Stephan von Neipperg che adesso e’ famoso come Thunevin. Rol Valentin: da quattro ettari, vinificato da un’altra grande stella, Stephan Derenoncourt. Andréas: un altro vino creato da Jean Luc Thunevin. La Gomerie: fama assoluta, vino di Michel Rolland, 2 ettari e mezzo. Château L’Hermitage, Gracia (recensioni molto buone, e’ gia’ un vino da speculazione). Inoltre: Balestard, Pas de l’Ane, Saint Domingue, Croix de Labrie P. du Roy, Lusseau (mezzo ettaro), Clos Dubreuil, Château Lavallade (cuvée Roxana, 2.000 bottiglie), Marina Carine (un ettaro), Riou de Thaillas (2 ettari e mezzo). Mario Costa




permalink | inviato da il 5/9/2004 alle 11:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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